Il diritto di sciopero è una conquista irrinunciabile. È l’arma con cui i lavoratori, da sempre, difendono diritti, salari e dignità. Ma proprio perché è uno strumento così centrale nella storia del Paese, andrebbe usato con rigore, responsabilità e spirito costruttivo. Non come leva politica. Non come megafono di un disagio che con il lavoro, spesso, ha ben poco a che fare.
Lo sciopero generale del 12 dicembre si inserisce invece in una dinamica diversa: più che un’azione sindacale appare un messaggio politico, e a pagarne il prezzo saranno ancora una volta cittadini e lavoratori che non c’entrano nulla.
Pendolari, insegnanti, pazienti: gli “invisibili” penalizzati
La protesta cade di venerdì, come spesso accade nelle mobilitazioni di questa sigla, con effetti particolarmente pesanti.
A restare bloccati saranno:
i pendolari che rientrano a casa per il fine settimana;
gli insegnanti fuori sede, una categoria che vive già un equilibrio fragile;
i pensionati e i malati che dal Sud viaggiano verso il Nord per cure mediche;
migliaia di lavoratori che tengono in piedi la macchina produttiva del Paese.
Tutti penalizzati da uno sciopero “generico”, proclamato senza una vertenza specifica e senza una condivisione larga nel fronte sindacale. CISL, UIL e quasi tutto il sindacalismo autonomo hanno infatti preso le distanze. Un segnale non marginale.
La lezione dimenticata dei padri nobili del sindacato
Pastore, Buozzi, Di Vittorio. E poi Lama, Trentin, Carniti, Benvenuto.
Tutti hanno difeso il diritto di sciopero, ma tutti hanno sempre rifiutato la deriva dello sciopero politico. Per loro la mobilitazione era un atto tecnico, non ideologico. Doveva essere proporzionata, mirata, legata a obiettivi concreti di tutela del lavoro.
Gli scioperi che paralizzano il Paese “contro” qualcuno — e non “per” qualcosa — avrebbero trovato la loro ferma opposizione.
Un sindacato che guarda alla politica, più che ai lavoratori.
La scelta di ricorrere al conflitto in questa forma appare il sintomo di una deriva interna.
Un segretario che perde iscritti, che sigla contratti al ribasso in comparti sensibili — come quello della vigilanza, dove si lavora a 7 euro l’ora — e che tace quando militanti della propria area aggrediscono altri sindacalisti, oggi si propone come guida della protesta generale e forse di un Partito? Del Paese?.
Una dinamica che alimenta un dubbio legittimo: siamo di fronte a un’iniziativa sindacale o a un’operazione politica personale?
Quando un sindacato diventa cinghia di trasmissione della politica, smette di rappresentare chi lavora e inizia a rappresentare solo chi lo dirige.
La piazza ci sarà. Ma i numeri non spiegano tutto.
La manifestazione riuscirà. È fisiologico quando puoi contare su oltre 3 milioni di pensionati iscritti, più di 200.000 funzionari e un apparato radicato in tutto il Paese. Ma la partecipazione non basta a dare senso a una protesta.
Lo dice la storia sindacale, lo dicono i padri fondatori, lo dice il buonsenso di chi vive il lavoro ogni giorno.
Un Paese che ha bisogno di costruire, non di fermarsi, che necessita un governo delle dinamiche tecnologiche e digitali che pervadono il nuovo mondo del lavoro, che non è più quello novecentesco, quindi nuove relazioni industriali, nuovi modelli contrattuali e un nuovo sistema di relazioni e operatività sindacale.
L’Italia vive una fase in cui servono investimenti, infrastrutture, politiche attive, continuità produttiva.
In questo contesto lo sciopero dovrebbe essere l’ultima risorsa, non la prima. Dovrebbe aprire soluzioni, non creare ostacoli.
Dovrebbe unire, non dividere. Deve dare insegnamenti di pace e coesione, non elementi di aggressione verso chi la pensa diversamente.
Il diritto di sciopero è sacro, ma proprio per questo va protetto da usi impropri e da derive che lo indeboliscono.
Il Paese ha bisogno di un sindacato moderno, capace di negoziare, includere, innovare. Non di uno strumento politico mascherato da mobilitazione.
Uno sciopero può accendere i riflettori. Ma può anche spegnere la credibilità. Anche i ghiacciai, possono sciogliersi, anche se ancora, apparentemente, giganteschi.
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