SOCIETÀ POST-UMANA E DEMOCRAZIA IN PERICOLO: CHI GOVERNERÀ IL NUOVO MONDO?
Dalle superpotenze ai padroni degli algoritmi: guerre, dati e intelligenza artificiale stanno modificando gli equilibri globali e la stessa concezione della democrazia
Il mondo globale sta riscrivendo le proprie regole. L’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, che pur tra crisi e conflitti ha garantito all’Europa una lunga stagione di stabilità, appare oggi profondamente indebolito.
Il ritorno di Donald Trump ha accentuato una concezione più muscolare e negoziale dei rapporti internazionali. La guerra tra Russia e Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, la competizione tra Stati Uniti e Cina e il moltiplicarsi dei focolai internazionali mostrano che le grandi potenze stanno ridefinendo alleanze, interessi e aree d’influenza.
A capo delle tre maggiori potenze troviamo tre leadership fortemente personalizzate: Xi Jinping in Cina, Vladimir Putin in Russia e Donald Trump negli Stati Uniti. I rispettivi sistemi politici non sono equivalenti. La Cina è governata da un partito unico, la Russia presenta una fortissima concentrazione del potere, mentre gli Stati Uniti restano una democrazia costituzionale fondata su elezioni, Congresso, magistratura e federalismo.
Tuttavia, anche nelle democrazie occidentali cresce la tendenza a identificare lo Stato con il leader, a delegittimare gli organismi di controllo e a considerare parlamenti, autorità indipendenti e corpi intermedi come ostacoli alla rapidità delle decisioni.
È qui che la questione geopolitica incontra quella democratica.
La democrazia non consiste soltanto nel votare. È equilibrio tra poteri, libertà d’informazione, rispetto delle minoranze, partecipazione sociale, pluralismo e possibilità per i cittadini di conoscere e controllare le decisioni pubbliche.
Quando questi elementi vengono indeboliti, anche un sistema formalmente elettivo può perdere progressivamente la propria sostanza democratica.
Non devono essere sottovalutate neppure le manifestazioni e le tensioni sociali registrate in diversi Paesi. Il disagio economico, il carovita, la precarietà e le disuguaglianze sono reali e rendono legittima la protesta democratica.
Ma proprio queste fragilità possono essere sfruttate da potenze straniere, organizzazioni estremiste, reti coordinate o interessi economici attraverso social network, campagne di disinformazione, immagini manipolate e contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale.
Non significa considerare ogni protesta come manovrata dall’esterno. Significa riconoscere che, nelle guerre ibride, una rivendicazione autentica può essere amplificata, deformata o indirizzata per esasperare le divisioni, indebolire le istituzioni e destabilizzare un Paese.
Anche le guerre stanno cambiando. Non si combattono soltanto con missili e carri armati, ma attraverso cyberattacchi, sanzioni, controllo dell’energia e delle materie prime, manipolazione dell’informazione, dominio delle piattaforme e condizionamento delle opinioni pubbliche.
Accanto agli Stati crescono, inoltre, poteri privati capaci di controllare dati, infrastrutture digitali, sistemi cloud, reti e modelli di intelligenza artificiale.
Soggetti non eletti da nessuno possono influenzare ciò che vediamo, le opinioni che maturiamo, i consumi, l’accesso al credito, la selezione del personale e l’organizzazione del lavoro.
Chi eserciterà, allora, la vera sovranità?
I popoli, i parlamenti e gli Stati oppure chi possiede i dati, la potenza di calcolo, le piattaforme e gli algoritmi?
Parlare di possibile “società post-umana” non significa immaginare semplicemente un mondo senza esseri umani. Significa interrogarsi sul rischio di una società nella quale la persona continua a esistere, ma perde la capacità di comprendere, partecipare e governare le decisioni che la riguardano.
In questo scenario si torna persino a evocare una possibile “Yalta 2.0”: un nuovo accordo fra Stati Uniti, Cina e Russia per ridisegnare sfere d’influenza, sicurezza, mercati, tecnologie e accesso alle risorse. Non sappiamo se questa ipotesi diventerà realtà, ma il rischio politico esiste: che il futuro dell’Europa venga deciso senza l’Europa.
L’Unione europea non può rimanere il fuscello al vento delle decisioni dei tre grandi. Non può limitarsi a essere un grande mercato, un produttore di regole o un consumatore delle tecnologie altrui.
Deve costruire una vera autonomia politica, industriale, energetica, militare e digitale, restando fedele alla propria cultura democratica e sociale.
Il lavoro sarà uno dei terreni decisivi.
Un algoritmo può selezionare chi assumere, assegnare turni, misurare prestazioni e indicare chi considerare improduttivo.
Ma chi controlla l’algoritmo? Chi risponde dei suoi errori? Il lavoratore può conoscere i criteri utilizzati e contestare una decisione automatizzata?
Nel mio libro Umanesimo del lavoro ho sostenuto una convinzione precisa: l’innovazione non deve essere respinta, ma orientata. Deve aiutare la persona, migliorare il lavoro e sostenere lo sviluppo, non trasformarsi in uno strumento incontrollato di sorveglianza, sostituzione e concentrazione del potere.
Anche il sindacato deve ampliare il proprio campo d’azione. Deve occuparsi di salari e contratti, ma anche di dati, algoritmi, formazione, informazione, libertà democratiche e partecipazione dei lavoratori alle decisioni tecnologiche.
Con questo editoriale apro una serie settimanale di riflessioni sul nuovo ordine mondiale, sulle guerre ibride, sulla crisi delle democrazie, sul potere dei grandi gruppi tecnologici, sul futuro dell’Europa e sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro.
La domanda di fondo sarà sempre la stessa: stiamo costruendo tecnologie e istituzioni al servizio dell’uomo oppure un mondo nel quale l’uomo sarà progressivamente escluso dalle decisioni sul proprio futuro?
Benedetto Di Iacovo
Segretario Generale Confial Nazionale
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