2026. Un Paese più forte passa da lavoro vero, contratti moderni, salari adeguati e pluralismo sindacale

Buon 2026.
Lo dico senza retorica e con una convinzione precisa: l’Italia può ripartire davvero solo se rimette al centro le priorità strutturali, quelle che incidono sulla vita delle persone e sulla competitività delle imprese. E tra queste priorità ce n’è una che non ammette ambiguità: il lavoro deve tornare ad essere dignità, sicurezza, prospettiva. Non precarietà mascherata, non povertà normalizzata, non fatica senza futuro.

Entriamo in un nuovo anno mentre il mondo continua a convivere con focolai di guerra che alimentano instabilità e volatilità economica. La pace, oggi, non è un argomento “da esteri”: è una condizione industriale e sociale. Ogni conflitto che si trascina porta con sé energia più cara, filiere più fragili, investimenti congelati, inflazione e incertezza. E quando l’incertezza cresce, a pagare il prezzo sono sempre gli stessi: lavoratrici e lavoratori, famiglie, piccole imprese, territori già in sofferenza. Per questo la pace non è solo un valore morale: è un interesse concreto, nazionale, quotidiano. È un prerequisito per qualsiasi politica del lavoro seria.

Ma se guardiamo dentro i confini, l’emergenza più subdola è quella che rischiamo di accettare come “nuova normalità”: il lavoro povero. L’idea che si possa lavorare e restare poveri è una contraddizione che corrode il patto sociale, spegne la fiducia e paralizza il futuro. Non è soltanto un tema salariale: è un problema di equità, di domanda interna, di natalità, di tenuta delle comunità. Un Paese che non garantisce la dignità economica a chi lavora non è un Paese stabile: è un Paese che si indebolisce, lentamente ma inesorabilmente.

E qui va detto, con toni non aggressivi ma con la necessaria franchezza: oggi la cosiddetta contrattazione nazionale “leader”, cioè quella effettivamente più applicata alla stragrande maggioranza dei lavoratori del settore privato (da consulenti che evidentemente non intendono fare fatica per cercare alternative a ciò, è ancora in larga misura prodotta dalle tre confederazioni storiche (la cosiddetta “triplice”).

I numeri del CNEL lo fotografano con chiarezza: i contratti sottoscritti da CGIL, CISL e UIL arrivano a coprire circa il 96% degli occupati del privato. Questo dato non è né un merito automatico né una colpa automatica: è soprattutto una responsabilità enorme, perché quando quella contrattazione è lenta, difensiva o timida sui minimi, produce lavoro povero non in linea con i restanti salari europei, le ricadute si scaricano su milioni di persone.

Basta citare, senza enfasi, un settore simbolico come quello della vigilanza privata: il relativo CCNL è firmato dalle categorie di CGIL-CISL-UIL e dalle associazioni datoriali del comparto. Anche quando arrivano adeguamenti, resta spesso la percezione concreta — nei presìdi, nei turni, nelle buste paga — di livelli retributivi compressi e di un equilibrio che fatica a stare dietro al costo della vita. Ed è proprio questo che alimenta il lavoro povero: non un singolo contratto, ma un impianto gestito dalla triplice, che, nel tempo, ha finito per contribuire all’impoverimento salariale e alla perdita di potere d’acquisto.

I dati internazionali, del resto, parlano chiaro sul quadro generale: secondo l’OCSE, l’Italia ha registrato la più forte caduta dei salari reali tra le principali economie OCSE e, all’inizio del 2025, i salari reali risultavano ancora circa il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021. In parallelo, documenti europei di contesto richiamano come la dinamica dei salari reali italiani sia stata tra le peggiori in Europa nel biennio dell’inflazione.  È in questo contesto che si comprende la polemica “sobria” ma inevitabile: quando per decenni il baricentro della contrattazione resta nelle stesse mani, quelle della triplice e i risultati complessivi sono salari che arretrano, allora serve una riflessione vera, senza autoassoluzioni.

Ecco perché nel 2026 serve un cambio di passo: meno annunci, più scelte misurabili. La contrattazione deve tornare ad essere lo strumento centrale di equilibrio tra competitività e dignità, e non una liturgia che produce carta senza produrre benessere. I contratti devono essere moderni, esigibili, aggiornati ai nuovi settori e alle nuove organizzazioni del lavoro; devono garantire minimi credibili e, soprattutto, devono valorizzare davvero la contrattazione di secondo livello, collegandola a produttività, qualità, innovazione e organizzazione, con indicatori chiari e risultati verificabili. Se non costruiamo questa architettura, continueremo a rincorrere emergenze senza mai affrontare la radice del problema.

Dentro questa trasformazione c’è l’innovazione, e in particolare l’intelligenza artificiale. È inutile illudersi che il cambiamento possa essere fermato; la questione vera è se vogliamo subirlo o governarlo. Governare significa formazione continua reale, non fittizia; significa transizioni protette, ricollocazione, nuove competenze, salute e sicurezza; significa tutele contrattuali coerenti con un lavoro che cambia, dove algoritmi e piattaforme incidono su turni, prestazioni, valutazioni e carichi. La tecnologia deve essere al servizio della persona e della società: quando crea valore, quel valore deve essere redistribuito in modo equo e sostenibile, non concentrato e basta.

C’è poi un tema che riguarda la qualità democratica del nostro sistema e che non può più essere rinviato: la rappresentanza sindacale. Da troppi anni viviamo una contraddizione tutta italiana: la libertà sindacale è un principio costituzionale, ma nella pratica il pluralismo reale viene spesso compresso da meccanismi che selezionano e delimitano, con il risultato di creare esclusioni, rendite di posizione e conflitti sterili. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 231/2013 e poi con la sentenza n. 156/2025, ha indicato che non è sostenibile un sistema che restringe in modo irragionevole l’accesso alle RSA solo a quelle organizzazioni sindacali firmatarie del CCNL che viene applicato in quella azienda, richiamando l’esigenza di un intervento legislativo più organico e coerente con i principi costituzionali, per regolamentare la rappresentanza aperta a tutte le OO.SS. effettivamente presenti in azienda.

Per questo nel 2026 serve coraggio istituzionale e maturità del sistema. Serve una legge vera, moderna, trasparente sulla rappresentanza, basata su criteri misurabili e verificabili, capace di evitare il dumping e, allo stesso tempo, capace di garantire regole uguali per tutti. E serve un’assunzione di responsabilità da parte di chi ha più peso e più storia: a partire dalla triplice, occorre accettare il pluralismo effettivo, non a parole. Non è una concessione: è una normalità democratica. È la condizione per una contrattazione più solida, più stabile e più rispettata, e per smettere di far “grondare” quella ferita storica che è la distanza tra la Costituzione, con il suo art. 39 e la sua concreta attuazione in materia di libertà sindacale.

Infine, se vogliamo davvero che il 2026 sia l’anno della ripartenza, il Governo deve concentrarsi sulle cose che servono al Paese e misurare lì la propria efficacia. Ridurre il cuneo fiscale in modo strutturale significa aumentare il netto in busta paga e rendere più conveniente il lavoro regolare; significa sostenere consumi e produttività; significa aiutare imprese e famiglie a respirare. E c’è un punto che tocca milioni di cittadini e che non può essere trattato come una variabile di aggiustamento: le pensioni. Non può un lavoratore dipendente pagare per oltre 42 anni Irpef e contributi previdenziali elevatissimi e poi quei contributi accantonati e tutto quell’irpef (anche il 39% in busta paga) versato unitamente alle pesantissime addizionali regionali e comunali, continuare a vedersi tassata ancora come reddito da lavoro con percentuali IRPEF pari anche al 27% la propria pensione, per la quale aveva già pagato contributi e Irpef.  Serve alleggerire la pressione fiscale dove pesa di più e dove la fragilità sociale è più evidente. Se si chiede sacrificio, lo si deve chiedere con equità. Se si chiede fiducia, la si deve meritare con scelte coerenti. Ai pensionati come tassazione si può chiedere al massimo un contributo di solidarietà del 5% (a fronte dell’attuale 23/27%) come sostegno del sistema sanitario, atteso che questi possono essere considerati fragili e utilizzatori più frequenti di detto servizio, atteso che si voglia dimenticare il “diritto alla salute” propugnato dalla Costituzione,

Questo è il senso degli auguri per il 2026: non un messaggio generico, ma una direzione chiara. Un sindacato moderno non vive di slogan e non si limita a protestare: costruisce soluzioni, propone regole, tutela le persone e rispetta il valore dell’impresa, perché sa che crescita e dignità devono camminare insieme. Noi continueremo su questa linea, con un approccio concreto, con spirito di servizio e con la determinazione di chi non accetta che il lavoro venga svalutato, che il pluralismo venga negato e che il futuro venga rimandato.

Buon 2026 a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, alle imprese che investono e creano occupazione, ai territori che resistono e vogliono crescere. E buon 2026 a un’Italia che può essere migliore, se ha il coraggio di scegliere finalmente ciò che conta davvero.

Buon 2026, ribadiamo, per noi significa una cosa semplice: fare sul serio. Con rispetto per il valore dell’impresa, ma con una convinzione non negoziabile: il lavoratore e la lavoratrice sono il vero valore dell’impresa e del Paese.

Buon 2026.

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