L ’Economia Italiana, il “capitalismo a credito”

QUADERNI DI RIFLESSIONE

Il nostro Paese ha risentito più degli altri partner europei degli effetti dell’ingresso nell’eurozone a causa dell’incapacità dei governi di attenuarne le gravi conseguenze sociali, con il paradosso per milioni di cittadini italiani di pensare di essere ancora retribuiti in lire e di dovere, invece, acquistare con i prezzi in euro, con il drammatico fenomeno del blocco dei consumi. Ma si è trattato di incapacità e inettitudine o invece dell’esplicazione di una volontà diretta a produrre una colossale redistribuzione della ricchezza verso il capitalismo parassitario, quello, per intendersi, del modello dei “furbetti del quartierino”?

In primo luogo c’è bisogno di stabilire regole al funzionamento del mercato e antidoti nei confronti delle sue distorsioni. Lo strumento fiscale è certamente fondamentale in tale direzione, per contrastare il cosiddetto “capitalismo a credito” fondato sulla speculazione immobiliare, sull’indebitamento bancario e sui nuovi raiders che realizzano enormi plusvalenze nel mentre i risparmiatori vengono rapinati e gli italiani diventano sempre più poveri.

Cosa fare se non inasprire le tasse sulle speculazioni finanziarie e sulla ricchezza non produttiva a fronte dei milioni di italiani finiti in povertà, evitando che il fisco italiano continui ad essere “forte con i deboli e debole con i forti”. E ancora com’è possibile non considerare equa e ragionevole la proposta di detassare completamente le pensioni, atteso che i lavoratori dipendenti arrivano a pagare sino al 42% di tasse l’anno, durante tutto l’arco della loro vita lavorativa. E perché non pensare di detassare anche gli aumenti retributivi, in presenza, tra l’altro, di un sistema contrattuale che non dà certezze sul terreno delle regole e dei tempi, lasciando sovente i lavoratori in una condizione di sospensione come testimoniano la vicende di alcun contratti che non arrivano ancora al loro rinnovo?

Pensiamo all’aumento delle povertà assolute, ben 2 milioni e 360 mila famiglie (il 10,6% dei nuclei familiari), ai tre milioni di italiani che percepiscono un salario tra i 600 e gli 800 euro al mese, ai milioni di disoccupati, ai tanti precari e a tutti coloro che con basse retribuzioni sostengono famiglie monoreddito in alloggi in affitto e figli a scuola, ebbene a questi lavoratori, pensionati e cittadini bisogna ridurre drasticamente le tasse e inasprirle fortemente per i cosiddetti “nuovi ricchi”, quelli che si sono arricchiti senza produrre ricchezza, benessere e lavoro e le cui speculazioni, si pensi ai casi Cirio e Parmalat (ed oggi Mercatone uno), sono ricadute sui piccoli risparmiatori, inverando ancora una volta l’atto di accusa lanciato contro il capitalismo monopolistico italiano negli anni ’50 da Ernesto Rossi: “privatizzare i profitti, socializzare le perdite!”. E bisogna ricreare un clima di fiducia tra i cittadini italiani alle prese con un crescente senso di insicurezza provocato dall’economia globale, dalle ondate migratorie di proporzioni bibliche, dal terrorismo e dal fanatismo religioso, dalle domande sul futuro dei nostri figli, dal lavoro sempre più precario e senza diritti sociali.

In questa prospettiva va ripensato il nostro Stato sociale.

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