Il Segretario di Confial fa gli auguri al presidente Carlo Bonomi ed auspica un nuovo corso di Confindustria.

Confial nazionale ha inviato, doverosamente, gli auguri al nuovo Presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Si insedia in un momento difficile per l’Italia, difficile, se non tragico per il sistema produttivo e per le imprese italiane e mondiali. Scorrendo tra le sue dichiarazioni quando era ancora presidente di Assolombarda se ne scorge una che voglio riprendere perché mi consente un ragionamento più ampio sul Sistema Paese e sulla necessità che questo si doti prima possibile di idonee Politiche industriali, senza le quali, per come dimostrato dal Coronavirus, il Paese rimane in ginocchio. L’allora presidente di Assolombarda facendo riferimento alla vicenda Arcerol Mittal di Taranto e alle sue contraddizioni, fece la seguente affermazione; “questo Paese vuole produrre cozze o acciaio?

Sta qui il senso di uno smarrimento di un paese come l’Italia, un tempo quarta potenza industriale ed oggi cenerentola d’Europa e marginale o insignificante nel mondo in quanto a produzioni industriale, nonché a innovazione di processo e di prodotto. Ribadendo, ancora una volta, che nessun presidente di Confindustria era stato eletto in una situazione paragonabile a quella di oggi, in piena crisi da pandemia e con la prospettiva di un Pil 2020 attorno a quota -10, è giusto auspicare che un siffatto autorevole Presidente mandi in soffitta tutti i vecchi e collaudati schemi dei riti confindustriali, a cominciare dal riconoscere che anche le forme della rappresentanza devono cambiare e che il luogo della contrattazione che mette al centro i sistemi di misurazione della produttività, è la fabbrica, il luogo di lavoro e non più una contrattazione nazionale dirigistica che sottoscrive clausole e protocolli non praticabili e realizzabili nelle aziende dove intervengono tante specifiche variabili (di produttività, di formazione dei lavoratori, di contesti territoriali mancanti di adeguate infrastrutture materiali ed immateriali) che affermano la liturgia della contrattazione nazionale, ma poi si infrange nelle pieghe del quotidiano, della specifica situazione aziendale o del ciclo produttivo.

Ora siamo tutti anche più coscienti che la fabbrica Taylorista-Fordista non esiste più. Che la catena di montaggio raffigurata nel film “Tempi moderni” interpretato da Charly Chaplin non è più attuale. Che l’innovazione, di processo e di prodotto, l’automazione, la robotizzazione e la stessa intelligenza artificiale, hanno profondamente rivoluzionato il sistema produttivo. Ma questo non significa che l’Italia deve rinunciare all’Industria (non pensiamo a quella pesante, delle ciminiere, ma a quella ecosostenibile), che è capace di innovare non solo il processo ma anche il prodotto, creandone di nuovi, quindi nuovi sbocchi di mercato. E se questo è, per come ha dimostrato la pandemia, che all’improvviso ci ha fatto scoprire, ad esempio, che pur essendo la patria del tessile, non riusciamo a produrre mascherine; patria della chimica e non produciamo reagenti e tanti altri prodotti che, per effetto della “globalizzazione disumana” affidata ai mercati e alla finanza, ci eravamo così abituati ad importarli al punto da non produrre più tanti altri prodotti essenziali e strategici per la salute e la sicurezza delle persone, è possibile continuare su questo crinale che ci denuda di ogni possibilità di produrre oggetti e beni di ogni genere a sufficienza e che solo per eventuali emergenze di eccedenze, dovremmo avere la necessità di rivolgerci ai mercati esteri? Se sì, come la nostra risposta è, allora bisogna ritornare a costruire nuove Politiche industriali, capaci di individuare i settori nevralgici e strategici dove è necessario che anche lo Stato eserciti un indirizzo a garanzia di produzioni certe e nei giusti quantitativi, tali da assicurare almeno il fabbisogno nazionale.

Ritornando alla frase del presidente Bonomi e volendone dare una interpretazione più o meno vicina alle sue intenzionalità, pensiamo che l’Italia si deve dotare al più preso di nuove politiche industriali. Nel XXI sec., ma soprattutto la crisi mondiale alla quale stiamo passivamente assistendo ripropone in maniera pressante la questione delle politiche industriali e si presenta ancora come l’esigenza di favorire lo sviluppo di nuove attività, basate su conoscenze tecnologiche che, seppure, sono difficili e costose da acquisire e sviluppare, sono utili a realizzare con processi produttivi complessi nuove occasioni di sviluppo, di nuove imprese soprattutto, che coinvolgono soggetti diversi e richiedono decisioni coordinate e l’organizzazione di nuovi mercati. Le imprese che possono sviluppare le nuove attività hanno bisogno di informazioni, coordinamento, formazione continua, incentivi, risorse e protezioni temporanee per potere affrontare i rischi e coprire i costi dell’apprendimento e dell’investimento. Tuttavia, tali processi avvengono in un contesto contrassegnato da tre elementi particolari: un cambiamento tecnologico di tipo evolutivo, dominato dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione; un’elevata apertura internazionale delle economie e un sistema di produzione internazionale organizzato intorno alle imprese multinazionali, le quali devono mettere al centro anche il capitale umano; una regolazione dei mercati interni e internazionali in cui la liberalizzazione e la tutela della concorrenza assumono un ruolo prevalente rispetto alle considerazioni sull’evoluzione della struttura economica. Occorre, quindi, promuovere e guidare processi di crescita e attuare politiche di sviluppo in grado di accrescere la dotazione di risorse materiali e immateriali, governando i processi di produzione in maniera ottimale. Le politiche del lavoro non dovranno più essere collegate, semplicisticamente, alle tante questioni che scaturiscono dalle emergenze occupazionali, a cui si dovrà, però, dare una soluzione rapida e definitiva.  Dovranno, piuttosto, essere progettate delle politiche per governare i processi di cambiamento e di innovazione che, necessariamente, dovranno caratterizzare il nostro paese nei prossimi anni per aumentarne il livello di competitività.

Tutto questo ci porta al fatto che anche in Italia serve un modello sindacale che abbia alla base una azione riformatrice che guardi all’Europa, basato sull’incontro tra i principi della giustizia distributiva, che hanno consentito lo sviluppo della democrazia di massa grazie all’universalizzazione dei diritti, e i valori liberali della difesa dell’individuo, in un fecondo rapporto con i principi dell’umanesimo cristiano, memore del contributo di idee e di elaborazioni di democratici e intellettuali come Carlo Rosselli e Norberto Bobbio, con forti ascendenze mazziniane e azioniste ma anche impregnata del contributo teorico del keynesismo e dell’esperienza del New Deal per il capitalismo riformato, in cui sul piano sindacale partecipazione aziendale, concertazione e politica di tutti i redditi ne costituiscono assets strategici.

Un modello che può costituire la chiave di volta per il sindacalismo italiano allo scopo di uscire dall’antinomia tra conflitto e contratto, che rischia di decretarne una prospettiva di marginalità. Un’antinomia alimentata anche dal peculiare bipolarismo “all’italiana”, che sacrifica il confronto e la mediazione degli interessi che si può realizzare con politiche di concertazione e di coesione sociale, sulla base della convinzione che ogni coalizione sia anche espressiva di blocchi sociali e che, di conseguenza, la mediazione debba essere tutta ed esclusivamente politica.

Il compito del Sindacato, dunque, -di quello autonomo in particolare- è molto più complesso: portare a sintesi miriadi di sogni individuali è davvero impresa ardua, quasi impossibile.
 Allora è un altro l’esercizio culturale da mettere in campo: flessibilizzare la propria capacità di rappresentanza. Di assoluto restano il valore della persona e del lavoro mentre le ideologie vanno definitivamente estromesse dal perimetro del mondo del lavoro. Faremo percorsi mirati ed accordi, di volta in volta, con altri soggetti che condivideranno le nostre finalità ed iniziative.

E’ giunto il tempo di lavorare per un nuovo processo unitario, anche nel mondo dell’autonomia, che senza significare cessione di sovranità o lesioni di autonomia politica di ciascuna sigla, sia capace di dare voce e sostanza ad una azione sociale riformatrice diffusa, la cui attuazione è ancora ostacolata dagli egoismi corporativi ma a cui la storia sta ormai dando ragione circa la capacità di interpretare i fenomeni e di individuare le soluzioni efficaci. Con questo spirito, CONF.I.A.L. si misurerà in tutti i settori in cui opera non solo con tutti i propri naturali interlocutori ma anche con l’evoluzione di un tessuto politico, finanziario, economico e sociale che, forse, dovremo abituarci a considerare continua e veloce. Senza attendere, invano, una condizione di stabilità che ci consenta di intraprendere comodamente le strade indicate, che saranno le unità di misura del nostro agire quotidiano.

Benedetto Di Iacovo

Segretario Generale Confial

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