Il cambiamento del mondo del lavoro e della società in genere. Nuove Relazioni Sindacali.

EDITORIALE DEL SEGRETARIO GENERALE

Benedetto Di Iacovo

In un importante editoriale pubblicato dal Quotidiano La Repubblica del 27 agosto 2020, Tito Boeri, già Presidente INPS, che certamente non è un sindacalista, evidenzia il cambiamento del mondo del lavoro e della società in genere.  Mette il luce le tante cose che sono cambiate nel mercato del lavoro, soprattutto, dal febbraio di quest’anno e evidenzia altresì la disattenzione dei leader delle organizzazioni sindacali e di categoria sull’argomento. Fa riferimento al fatto che “sembrano rinchiusi dentro una “cittadella” (dei privilegi???) e si richiamano a patti sottoscritti in una era geologica diversa e pensano di contenere l’emorragia di loro iscritti contrattando con il governo anziché fra di Loro” , arrivando così alla conclusione che, così facendo, sono loro stessi che condannano a diventare sempre più irrilevanti in un momento in cui ci sarebbe bisogno di contrattazione tra le parti sociali per governare il cambiamento” ed essere davvero connessi, diciamo noi, con il nuovo, il cambiamento, l’innovazione e l’era digitale.

L’economista Boeri, che ponendo al centro l’Economia non è mai proteso verso il lavoratore, tuttavia mette in evidenza tre particolari mutamenti intervenuti in questi mesi nella nostra società, che alterano profondamente le modalità con cui si può svolgere la contrattazione e i suoi contenuti: il Primo, evidenzia: “più di metà degli italiani ha lavorato in remoto durante il lockdown e molti continueranno a farlo di fronte al rischio di una nuova ondata di contagi. Il lavoro a distanza pone un problema di coordinamento dei tempi e dei luoghi di lavoro. Non ci sono più orari rigidi e il proprio domicilio può per molti non offrire condizioni lavorative adeguate. Spesso -afferma- sono proprio i lavoratori già in partenza svantaggiati a vivere in condizioni abitative disagiate. Questo accentua i divari di reddito. Bisogna garantire un “diritto alla disconnessione” rispettoso delle esigenze specifiche dei lavoratori e delle imprese e luoghi di lavoro decentrati per chi non può lavorare da casa. Sono materie che non possono che essere contrattate azienda per azienda”. Secondo, “la pandemia -evidenzia ancora- ha aggiunto una nuova dimensione di eterogeneità nei rapporti di lavoro, quella del rischio di contagio. Anche i salari non possono che tenerne conto. Ci devono essere livelli di sicurezza minimi che devono essere presidiati, azienda per azienda, e, al di sopra di questi livelli minimi, è inevitabile che il salario finisca per incorporare compensazioni per il rischio di contagio. Dato che questo dipende dalla frequenza e prossimità dei contatti interpersonali, dunque dalle dimensioni degli spazi fisici in cui si svolgono le diverse attività, inevitabile che imprese che operano anche nello stesso settore, per quanto definito in modo molto specifico, offrano retribuzioni diverse ai loro dipendenti. Per questo le spinte centripete, con organizzazioni datoriali e sindacati Locali che vogliono negoziare per conto proprio sottraendosi al vincolo del contratto nazionale, sono destinate ad aumentare. Conclude: o si accetta la sfida della contrattazione decentrata e quindi di luogo di lavoro (fabbrica o ente) oppure il rischio è di non governare più nulla, come sta sperimentando in questi giorni Confindustria nel caso del contratto nell’industria alimentare”.

Infine, il Terzo punto. “Il governo -sottolinea l’economista Boeri- ha di fatto creato due mercati del lavoro distinti, con tutte le imprese del Mezzogiorno che per tutti i loro lavoratori possono beneficiare di un forte sconto retributivo. Paradossalmente chi ha sempre tuonato contro le cosiddette “gabbie salariali” è stato il maggior sostenitore di questa scelta. Al di là del suo merito (perché non limitarla alle assunzioni e alle imprese che competono sui mercati nazionali e internazionali e quindi attuano la contrattazione territoriale?) inevitabile che la contrattazione in queste due parti del Paese sia a questo punto diversa. E come se si sedessero allo stesso tavolo imprese e sindacati che operano in paesi che hanno regimi contributivi e di tassazione molto diversi, come ad esempio l’Italia e la Danimarca.

“Questi tre cambiamenti -conclude Boeri- agiscono tutti nella direzione di rafforzare il ruolo della contrattazione azienda per azienda. Chi non ne tiene conto lascia milioni di lavoratori e imprese senza contratto in una fase molto delicata. Invocare l’applicazione delle regole sulla rappresentanza, come nel Patto sulla Fabbrica del 2018, significa ignorare il problema. Giusto misurare la rappresentanza sia dei sindacati che delle organizzazioni di categoria e farlo in modo trasparente, utilizzando, anche ma non solo, i dati già oggi raccolti dal l’Inps. Ma chi chiede di imporre per legge a tutte le imprese in un dato comparto il contratto siglato dalle organizzazioni maggiormente rappresentative mette la testa sotto la sabbia. Il punto è che oggi i confini dei comparti sono ancor meno definiti che in passato: riguardano sia le imprese del Nord che quelle del Sud nonostante la fiscalizzazione degli oneri sociali nel solo Mezzogiorno? Coinvolgono sia le imprese che possono organizzarsi per il lavoro in remoto che quelle che per ragioni strutturali non possono farlo? invece di chiedere al governo di imporre a tutti ciò che loro stessi hanno deciso, i leader sindacali e datoriali dovrebbero esigere dal governo il rispetto della legge. Sorprende che nessuno di loro abbia commentato l’esito deludente della sanatoria in agricoltura, che conferma come in questo settore continuino a convivere caporalato e lavoro fittizio. Perché non chiedere al governo di approvare nel prossimo decreto una norma che impone anche in agricoltura flussi contributivi mensili spingendo i datori a regolarizzare e dichiarare i lavoratori effettivamente occupati e solo loro? Perché chiudere gli occhi di fronte al naufragio dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro? Perché opporsi all’introduzione di un salario minimo che riduca lo sfruttamento di lavoratori che sono costretti a lavorare per 3 o 4 euro all’ora? Fra questi molti immigrati che hanno garantito i servizi essenziali nei mesi del lockdown. Paradossale che molti di loro siano stati esclusi dalla sanatoria”.

La Confial ha più volte espresso l’esigenza di una modernizzazione e di un adeguamento al mutato scenario produttivo generato dall’era dell’economia 4.0 e di quella digitale, della intelligenza artificiale, che seguono ai poderosi processi di automazione e robotizzazione già in atto da decenni anche nel nostro Paese, condizioni queste che unite alle ripercussioni indotte dalla pandemia in atto richiede l’aggiornamento e la rivisitazione delle strategie sindacali.

Infatti, la Confial ha evidenziato che durante il lockdown, in realtà, si è utilizzato l’istituto del telelavoro, caratterizzato dallo svolgimento della prestazione del dipendente da casa e, quindi, in forma statica, e non dello smart working (lavoro agile-flessibile), che, a sua volta, abbisogna di una migliore disciplina rispetto a quella prevista nella legge n. 81/2017, attraverso la previsione dell’intervento della contrattazione collettiva e di un chiaro e inequivocabile, sul modello francese, “diritto alla disconnessione”.

Per quanto attiene alla individuazione di un salario minimo legale, la Confial è sempre stata favorevole, ricordando che esiste in ben 21 paesi su 27 dell’Unione europea, quale limite invalicabile di base alla contrattazione collettiva, per inibire il dumping sociale.

Paradossalmente e contrariamente a tutti i sindacati europei, le tre confederazioni in Italia si oppongono in nome della contrattazione collettiva, non comprendendo che la fissazione di minimi retributivi sarebbe di supporto alla stipula dei contratti e impedirebbe la sempre incombente prospettiva del “ritorno” delle gabbie salariali in danno dei lavoratori meridionali. La stessa contrattazione collettiva nazionale deve diventare uno strumento di “cornice” per disciplinare i rapporti di lavoro, affidando la valorizzazione della professionalità e della produttività alla contrattazione aziendale e di prossimità.

Il punto è che serve una regolazione delle relazioni sindacali nel nostro Paese, che individui in azienda la effettiva rappresentatività e i connessi diritti, per evitare anti-storiche posizioni di rendita per alcuni sindacati, in modo che l’innovazione invocata, tra gli altri, da Tito Boeri faccia breccia anche nel sindacalismo italiano.

 

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