Bene il taglio dei parlamentari. Ora la riforma della politica e la nuova legge elettorale

Il parlamento ha approvato il provvedimento che riduce consistentemente il numero dei parlamentari.

A ben vedere, si tratta di un provvedimento “bandierina”, che parla più alla pancia delle persone che alle loro teste. Un provvedimento più utile a ciò che è stata definita casta, perché possa sopravvivere a sé stessa. Se il problema era risparmiare, forse era meglio abolire una Camera per intero, lasciando ad una sola la facoltà di legiferare, oppure bastava ridurre lo stipendio dei parlamentari.

In ogni caso è giusto ricordare che l’ultimo che tagliò il numero dei deputati fu Mussolini, istituendo la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (il Senato era nominato dal re), e che la democrazia ha dei costi per il suo funzionamento, anche per consentire la partecipazione di tutti i cittadini alle scelte pubbliche, anche a chi non è nato o diventato ricco.

I nostri Padri costituenti durante i lavori per l’approvazione della nostra Carta fondamentale, si espressero per una platea parlamentare ampia.  Il presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, subentrato a Giuseppe Saragat (dimessosi per un gesto di nobiltà politica impensabile ai nostri giorni, dopo la scissione socialdemocratica del 1947), ebbe ad affermare: “La diminuzione del numero dei componenti la prima Camera repubblicana sarebbe in Italia interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuol diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incominciano col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni. Quindi, se nella Costituzione si stabilisse la elezione di un Deputato per ogni 150mila abitanti, ogni cittadino considererebbe questo atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare.”

Infatti, la la questione dei costi, per quanto faccia breccia in un popolo sempre più indisposto versa la politica, non poteva essere l’unica variabile da considerare. Tagliare i parlamentari sicuramente porta un risparmio, comunque inferiore ai proclami, ma che si porta dietro una serie di conseguenze che nella versione populista della proposta non vengono considerate, ma che potrebbero avere effetti devastanti sulla democrazia italiana.

La drastica riduzione di deputati e senatori comporterà una fidelizzazione degli eletti alle segreterie dei simulacri di forze politiche esistenti nel nostro Paese, che se accoppiata con la proposta di abolizione del divieto costituzionale di mandato imperativo, creerà parlamentari-sudditi dei partiti virtuali del nostro tempo. Inoltre, si provocherà anche una minore rappresentatività dei cittadini a livello istituzionale, dal momento che in fin dei conti i tanto odiati parlamentari, sono i rappresentanti eletti dal popolo e la spiacevole conseguenza potrà essere che una forza politica nazionale con poco più del 30% dei voti potrà raggiungere agevolmente la maggioranza assoluta dei seggi del Senato, come con la legge-Acerbo del 1923 voluta sempre dal Duce.

In questo contesto è facile per noi  osservare la generale messa in mora delle élites politiche.

Uno dei problemi di fondo è rappresentato dall’esigenza di una riforma della politica basata più che sul numero di parlamentari, sulla qualità degli eletti e più in generale della classe dirigente del nostro Paese, quindi una nuova legge elettorale capace di riequilibrare i livelli di rappresentanza parlamentare delle diverse regioni e territori, capace di essere espressione di ogni identità ma che sia in grado di assicurare la governabilità al Paese.

Il problema è che la fine della prima Repubblica ha eliminato dalla scena politica i partiti di massa, quale strumento di selezione del ceto politico e di rappresentanza popolare tipico delle grandi democrazie europee del ‘900, che facevano della partecipazione l’elemento portante del loro essere organizzazione di massa. Non va dimenticato che nella cosiddetta tanto vituperata prima Repubblica gli iscritti ai partiti rispetto ai cittadini residenti, allora pari a poco più di 50 milioni, erano almeno 4/5 milioni, distribuiti nelle varie formazioni politiche. Oggi che il nostro Paese fa segnare una popolazione residente superiore a 60 milioni di abitanti, gli iscritti alle forze politiche sul campo non superano i 500 mila iscritti. Ciò che balza agli occhi è la perdita dell’insediamento sociale dei partiti nella odierna società.

E’ facile, alla luce dei partiti persona, affermare che al posto dei partiti, ma anche di sindacati, nelle amministrazioni locali e associazioni degli interessi collettivi, il terreno di reclutamento della nuova classe dirigente non è più quella base che mano a mano che si formava nelle sezioni cresceva concorreva a formare le classi dirigenti.

Da più tempo ormai il metodo di reclutamento è cambiato. E’ la cosiddetta “società civile”, con modalità che, però, riecheggiano le teorie elitistiche, marginalizzando la volontà popolare e producendo le cosiddette “minoranze governanti”, che utilizzano sovente i termini di riformismo, liberismo, federalismo, popolarismo e, in particolare, liberaldemocrazia, per le più disparate operazioni politiche, sovente caratterizzate dall’italico trasformismo, alla quale si fa oggi riferimento per eleggere o nominare classe dirigente. Il risultato è la cancellazione dei partiti quale canale non classista per consentire la partecipazione democratica e la loro sostituzione con formazioni politiche che, salvo qualche eccezione, somigliano sempre più ai circoli elettorali del vecchio Stato liberale prefascista e il ritorno alle lobby e alle concentrazioni di interessi come determinanti della vita politica. Alla politica alta sono subentrati i “politicanti” e i “mestieranti”, incapaci di essere percepiti come costruttori di futuro e legalità.

Benedetto Di Iacovo                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Segretario Generale Confial

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