Contratti di lavoro: no al dumping, ma anche no a un sistema chiuso deciso dalle controparti (o parti in gioco nel CNEL)

La CONFIAL ritiene sbagliato l’intervento del CNEL in materia di certificazione dei contratti collettivi.

Un errore in primo luogo politico-istituzionale, posto che è noto come il Governo, in occasione del 1° maggio, intenda approvare un decreto in materia, con la conseguenza che il provvedimento del CNEL, di carattere amministrativo, verrebbe disattivato dalla norma governativa, creando un conflitto tra soggetti costituzionali, di cui non si avverte la necessità.

Sul tema la posizione della CONFIAL è chiara, avendo da tempo elaborato proposte anche di natura legislativa: si contesta il dumping sociale e i contratti-pirata, ma, al tempo stesso, si ritiene inviolabile il principio-precetto della libertà sindacale, di cui all’art. 39, comma 1, Cost.

La proposta del CNEL, con l’ipotesi di una soglia minima pari al 5% di lavoratori a cui il contratto si applica, per la sua validazione, si pone in contrasto con la norma costituzionale.

In realtà, il provvedimento amministrativo del CNEL è funzionale a garantire il rapporto corporativistico semi-pubblicistico, imperniato sulle “storiche” associazione datoriali, in una sorta di cittadella chiusa, sempre più piccola e assediata da nuove forme di sindacalismo e da organizzazioni datoriali espressive del nuovo sistema produttivo reticolare in profonda trasformazione dell’Economia 4.0, nell’ambito di un elevato pluralismo associativo che ha eroso consensi e rappresentatività, arginato a fatica dai vecchi paletti di un ordinamento intersindacale statico, che impedisce a chi ne è fuori di esercitare legittimamente diritti sindacali e funzioni di contrattazione collettiva.

La nostra posizione è chiara e senza ambiguità: siamo contro ogni forma di dumping contrattuale e contro i contratti “pirata”. Chi abbassa salari e diritti mina il lavoro e altera il mercato. Ma proprio per questo, serve rigore vero. Non scorciatoie.

Il criterio della soglia minima (5% dei lavoratori) apre un tema serio: se si introduce un sistema selettivo, questo deve essere equo, trasparente e soprattutto terzo.

Nel pubblico impiego, ad esempio, per la firma del CCNL esiste un modello preciso:

la rappresentanza viene certificata con una soglia minima, ma esiste anche un soggetto terzo, l’ARAN (Agenzia Pubblica) che rappresenta la parte datoriale (Stato/Govenro);

le regole sono uguali per tutti, non si scelgono gli interlocutori a prescindere.

Nel sistema che si sta delineando, invece, emerge una criticità evidente:
chi decide gli interlocutori sindacali nel privato? Se a farlo sono le controparti datoriali –Confindustria, Confcommercio, Alleanza Cooperative,  Confagricoltura o Coldiretti– si introduce un elemento distorsivo grave.

Perché è evidente il rischio: la controparte si sceglie il sindacato con cui trattare.

Questo non è un dettaglio tecnico. È una questione di diritto e di equilibrio del sistema.

Si rischia infatti di: legittimare interlocutori “selezionati” dalla controparte datoriale; comprimere le libertà sindacali sancite nell’art 39 della Costituzione; favorire, paradossalmente, forme di rappresentanza di comodo. Non si può combattere il dumping creando un sistema dove le parti forti decidono chi può sedersi al tavolo.

Serve coerenza: se si vuole introdurre una soglia di rappresentanza, serve un soggetto terzo, indipendente, che la certifichi e governi il processo.

Diversamente, si crea un modello sbilanciato dove: si restringe il pluralismo; si rafforzano posizioni dominanti; si espone il sistema a evidenti profili di incostituzionalità.

Noi ribadiamo: sì alla qualità dei contratti; sì alla trasparenza; sì alla rappresentanza certificata. Ma diciamo con la stessa forza:no a un sistema costruito dalle controparti per scegliere i propri interlocutori.

Il lavoro ha bisogno di regole serie, non di equilibri decisi a tavolino.
Ha bisogno di libertà, pluralismo e rappresentanza vera.

Difendere il lavoro significa garantire anche l’indipendenza di chi lo rappresenta.

E’ necessario un intervento legislativo regolativo, rispettoso dei principi e delle previsioni dell’art. 39 della Costituzione, letti in chiave evolutiva secondo l’insegnamento del diritto vivente, per riscrivere e aggiornare relazioni industriali che mostrano evidenti segni di logoramento.

In attesa di una legge di attuazione della previsione costituzionale, si può procedere con l’approvazione di una “Legge-stralcio” sull’applicabilità dei contratti collettivi, che non può essere funzionale a garantire posizioni di alcuni soggetti collettivi, e rispettando l’indicazione della Corte costituzionale, che con la recente sentenza n. 156 del 2025, ha posto di nuovo il problema di una novella dell’art. 19 della legge n. 300/1970, che consenta la costituzione delle rappresentanze sindacali nelle aziende sulla base della effettiva presenza delle singole organizzazioni.

Se ciò non avverrà, come nel romanzo distopico “La Fattoria degli animali” dello scrittore libertario George Orwell, continuerà ad esserci “qualcuno più eguale degli altri”.

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